I'm Not There, regia di Todd Haynes
LA METAFORA DEL VIAGGIO: ON THE ROAD

tratto da Eros Thanatos e cibo al Lido. Dalla Psicologia dell'Arte alla Cinematografia
a cura di Paola Dei
Prefazione di Roberto Barzanti Edizioni MEF. Stampato nel 2008

Il viaggio esercita il suo mestiere senza agire
e insegna senza parlare
Lao-Tze

Non accade spesso di camminare lungo il Viale a Santa Maria a Elisabetta e incontrare colui che fu il ponte fra il movimento beat degli anni Cinquanta e il movimento beat degli anni Sessanta, un poeta maledetto che scrisse la maggior parte delle sue opere sotto l'effetto degli allucinogeni. Non accade spesso di imbattersi nel padre di quella poesia influenzata dal modernismo, dal ritmo, dalle cadenze jazz, dal retroterra ebraico e dalla fede buddista, insomma non accade spesso di incontrare Allen Ginsberg, non tanto fisicamente ma nella sua essenza, nel suo esserci stato ed esserci ancora. Lo stupore, lo stesso che accompagna le espressioni di Cate Blanchett, splendida interprete di uno dei volti con i quali Todd Haynes, il regista di Lontano dal Paradiso e Velvet Goldmine, ha sperimentato una modalità narrativa psichedelica e frammentata scansionando in sei personalità l'anima si Robert Allen Zimmermann, in arte Bob Dylan, che da solo si era attribuito molti pseudonimi.
Il pensiero ripercorre i momenti più intensi di una generazione che Kerouac, il padre della prosa libera, chiamò nel 1947 "Beat Generation" e che visse metaforicamente "sulla strada", alla ricerca, in viaggio verso la propria interiorità e verso il senso più profondo della vita e di un universo in trasformazione. Tutto ruota, comincia e finisce con una canzone del grande Bob Dylan, geniale menestrello del Novecento, Io non sono qui, che dà il titolo al Film che il regista Todd Haynes accosta a Je est un autre del poeta ottocentesco Artur Rimbaud. Un autore che Dylan ha letto e amato. Ed è partendo da qui che il regista costruisce sei identutà, immaginando un tempo senza tempo e una personalità che si moltiplica nello spazio affascinando intere generazioni.
Ecco allora Dylan come maestro di se stesso, il cantante di protesta anni trenta Woody Guthrie, che era bianco e che il regista trasforma in un ragazzino nero di undici anni, che, scappato da un riformatorio, è pronto a raggiungere il capezzale del morente omonimo, il cantante folk che ha influenzato per lungo tempo la musica del grande menestrello Bob Dylan con l'esperienza degli anni di Billy (The Kid), ispirato al celeberrimo criminale in eterno viaggio e sempre inseguito dalla legge e dalla morte in un'America molto selvaggia dove si recita un'eterna Halloween piena di ingiustizie e poi Dylan, come Jack cantore della protesta al tempo della guerra in Vietnam, Dylan come Robbie attore e motociclista, Dylan come Jude l'androgino e cinico cantante folk, Dylan come Arthur, poeta simbolista che porta lo stesso nome di Rimbaud, interrogato e poi condannato da una commissione d'inchiesta per i suoi presunti legami con gruppi sovversivi.
Ma è con Christian Bale e Cate Blanchett che il regista ci mostra tutta intera la sua grandezza e quella di Dylan, la sua epoca, il suo esserci ancora, Dylan, un Rimbaud del nostro tempo che si è dibattuto come poteva per liberarsi da tanti condizionamenti in un'epoca in cui i sogni si infrangevano, gli ideali sembravano ormai irrealizzabili ma rimanevano la musica e la poesia a risollevare le sorti di una umanità stanca. Dylan che si rivelò, tanti anni fa, nelle interviste fattegli nel corso della sua vita, a partire da quelle, ampiamente citate del bellissimo documentario di D. A. Pennebaker, un personaggio davvero vicino a Rimbaud nella sua diversità e nelle sue provocazioni, di una sincerità assoluta, con le sue dichiarazioni e risposte di sconvolgente evidenza, che facevano pensare, come fu scritto una volta, a quelle della ragazzina Giovanna d'Arco davanti ai suoi giudici.
Ed è qui che il senso assoluto dell'incontro, con Ginberg e il suo anticonformismo confuso fra la barba e i folti capelli ricci ribelli che sembrano lo specchio del suo Jukebkx all'idrogeno.
Poesie contro, poesie per, poesie in, poesie fra, ma di certo il manifesto di un'epoca densa di significati. Il nulla e il tutto, l'ebrezza e la sobrietà, l'auto distruzione e il senso dell'essere.
"See you", "Ci vediamo" esclama Allen alla meravigliosa espressione di Cate Blanchett-Bob Dylan: "Ha detto ci vediamo!... Proprio lui!... Ginsberg!... Ci vediamo!..." E noi spettatori altrettanto stupiti ci rispecchiamo nell'incontro, proprio come aveva detto in alcuni suoi versi Jack Kerouac: "Prima soddisfa te stesso, poi al lettore non mancherà lo choc telepatico e la corrispondenza significante, perché nella tua e nella su mente operano le stesse leggi psicologiche!".
Non sappiamo dove, non sappiamo quando ma abbiamo una certezza: i due personaggi si vedranno ancora, ormai nel "persempre", ineluttabilmente hanno incrociato le loro vite sulla strada, la stessa per entrambe.
La magia di un incontro che il regista è riuscito ad immortalare per aprire squarci alla nostra visione interiore e farci comprendere che esistono luoghi non geografici dove fatalmente si incrociano le vite di alcune persone e l'una entra suo malgrado a far parte dell'altra e viceversa, e questo fa si che l'altro, pur non essendo fisicamente presente, ormai sia in noi e con noi.
"Io non sono qui" ma sono ormai in te, in voi. Versi tra l'ironico e il profetico dei quali Bob Dylan è stato e rimane maestro mentre il senso di solitudine si frantuma, l'anima si popola è tutto è riassunto in due parole: "See you". Ci rivedremo di certo Allen, perché adesso ti conoscerà un'altra generazione e con te rivivranno quegli anni nell'immaginario collettivo, ti cercheranno in Internet, aprendo una finestra sul mondo, proprio come fa il regista quando ci apre sei finestre su sei personaggi diversi uniti da un filo comune: l'anima di Bob Dylan, il paladino della protesta, la rockstar, il poeta maledetto, l'eroe dei reietti e dei diseredati, colui che secondo critici, discografici e produttori ha scritto e musicato la migliore fra le 500 principali canzoni di tutti i tempi: Like A Rolling Stone. Bob Dylan e il pretesto per parlare di vite speciali, per raccontare un'epoca densa di significati, movimenti, aperture, desideri e ritrovare il gusto della narrazione, qualcosa di antico ma con un linguaggio tutto nuovo.
Inizia tutto con un viaggio On The road e poi le scene del Film si dipanano davanti ai nostri occhi: non una sequenza logica con enfasi di casualità e causalità ma aperture in mondi introvabili eppure esistenti, su strade diverse eppure tutte unite dalle note delle stupende poesie-canzoni di Bob, incluso da "Time Magazine" fra le cento persone che più hanno influenzato il XX° secolo.
L'uomo borghese, l'anticonformista, il giovane, il meno giovane, tutti sulla strada, in un luogo non geografico dove persino Rimbaud, pur appartenendo ad un'epoca e ad un paese diverso, sembra trovare il suo "non-tempo" nel "persempre". Sulla strada, così come aveva detto Jack Kerouac, colui che fu il fondatore della prosa spontanea, dove uno stile senza regole apparenti prevedeva invece principi fondamentali dettati da lui stesso all'interno dei quali la libertà mentale faceva pian piano scaturire quella lessicale. Cosa apparentemente semplice ma estremamente difficile se si considera quanto tempo è quanta fatica occorra per raggiungere la libertà mentale, quella che sembra di respirare in tutti gli spezzoni del Film di Todd Haynes, dove Bob sembra dirci in continuazione con i suoi versi, ancora fra l'ironico e il profetico: "Bob Dylan? Per fortuna non sono io", dove accende gli entusiasmi con una parte di sé e poi li smorza con il suo doppio, dove trasmette la netta sensazione di non aver bisogno dell'approvazione di nessuno, dove sembra stare perfettamente in mezzo ai suoi mille alias: "Posso accettare il caos, ma non sono sicuro che il caos accetti me!"
Sulla magia della sua vita, della quale ha dato alla stampa la biografia nel 2004 dopo un lungo silenzio, è già stato realizzato un musical a Broadway con tutte le sue canzoni dal titolo The Times They Are A-Changin, messo in scena ad ottobre 2006. Adesso Todd Haynes ce ne regala un'altro spezzone, una interpretazione personale dove forse ce lo mostra proprio nel momento del suo arrivo a New York da Minneapolis nell'inverno del 1961, quando, dopo un viaggio in autostop, giunge a destinazione in una Impala del 1957, pieno di sogni, speranze e aspettative e con la mente tesa come una trappola, ma con quella certezza assoluta di non aver bisogno di nessuna approvazione che lo ha sempre accompagnato, come un equilibrista sui fili della vita e che gli ha fatto pronunciare la frase: "Non mi ritengo un poeta perchè non uso parole. Sono un artista del trapezio!"
Non c'è nostalgia nel Film, non c'è tristezza, non ci sono epitaffi ad un'epoca, non sentimentalismi verso personaggi apparentemente scomparsi, ma emerge invece la speranza di allora, lo stupore di allora, la musica di allora, un estatico scorrimento di immagini, sensazioni e parole e tutto è estremamente presente e attuale nel "persempre" di una immortalità che è capace di suscitare in noi emozioni fresche, intense e ancora vive.
Un film da odorare, dove occorre lasciarsi andare più che voler capire perché, come ebbe a dire Rudolf Arnheim, grande psicologo dell'Arte, a proposito di Fellini: "Alcuni Film vanno guardati come opere d'arte rare, non capiti," Cosa che invece cerca di fare il personaggio antagonista, il borghese in grisaglia, senza pensare che ciò che alla fine conta di Dylan è solo la sua arte, i suoi simboli, la capacità di far immaginare di nuovo che regala al mondo. E se l'inconscio si esprime per immagini, come ebbe a dire Jung e nei secoli l'uomo ne ha sempre più smarrito il contatto, comprendiamo come la capacità di restituire il rapporto con le immagini, seppur cantate, del grande Bob, abbia avuto tanta parte e continui ancora ad averla nell'inconscio collettivo di intere generazioni mentre noi, pubblico in bilico fra i contrasti di momenti e volti diversi, incollati alle sedie, con trepidazione ci rispecchiamo nei personaggi, come se fossimo al Greenwicc Village, forse alla ricerca del nostro autore di pirandelliana memoria, forse alla ricerca delle nostre parti nascoste e sopite e forse semplicemente alla ricerca della nostra regia più importante: la nostra vita On The Road.
È di questi ultimi mesi la notizia che è stato assegnato a Bob Dylan il Premio Pulitzer. Un evento da non trascurare perché é la prima volta nella storia che il premio viene assegnato a un cantautore. La motivazione? Il profondo impatto sulla musica popolare e la cultura americana, attraverso composizioni liriche dallo straordinario potere poetico. Dylan appena ventenne disse nel momento giusto le parole che tutti aspettavano di sentire e lo disse nella maniera più poetica con musica, simboli e parole a tutti comprensibili.
Il premio alla carriera arrivato quasi cinquant'anni dopo rimane fra le notizie straordinarie della nostra cultura perché sembra congiungere come un filo sottile e invisibile la trama di cinquant'anni di storia per giungere fino a noi con un Bob sessantaseienne che, ancora sulla cresta dell'onda, ancora cantante, ancora poeta, si é aggiudicato quel posto nel "persempre" di cui il Film a lui dedicato si è fatto portavoce.

Paola Dei