Francesca Santucci
“Suggestioni e meraviglie”
Kimerik 2009

PRODIGIO DELL'ARTE AL FEMMINILE: ELISABETTA SIRANI
(estratto)

[...] Temi cari ad Elisabetta Sirani, testimonianza dei suoi eruditi studi, furono i soggetti religiosi e i soggetti storico-mitologici, e, in consapevolezza del proprio valore e rivendicazione del talento, in tempi in cui non aveva alcun valore giuridico la firma femminile, e gli stessi pittori non usavano firmare non essendo consuetudine farlo, riconoscendosi gli artisti artigiani e non intellettuali (si pensi al Caravaggio che tanto produsse, ma firmò un solo quadro, "La decollazione di San Giovanni Battista"), amò sempre farlo su tutte le sue opere, apponendo spesso la firma in un particolare femminile, come un pizzo, un bottone, un merletto, una scollatura.


Elisabetta Sirani, "Timoclea che precipita nel pozzo il capitano di Alessandro Magno", 1659.

Molte le figure storiche femminili “forti”, coraggiose, intelligenti, eroiche, tratte dai testi classici consultati nella biblioteca paterna, che per le loro qualità non tipicamente muliebri colpirono la sua immaginazione, come Timoclea, donna dignitosa e fiera, che, vittima della violenza di un ufficiale macedone, durante l’occupazione delle truppe di Alessandro Magno, riuscì a vendicarsi guadagnandosi persino l’ammirazione dello stesso nemico. La Sirani la immortalò in una grande tela, "Timoclea che precipita nel pozzo il capitano di Alessandro Magno" (firmando su un punto focale della tela, il pozzo), nel momento in cui si vendica della violenza subita scaraventando giù lo stupratore; questo il racconto di Plutarco al quale si riferì:

“Tra le molte sventure e le gravi crudeltà che la città patì, ci fu questa: alcuni Traci entrarono a forza in casa di Timoclea, donna onorata e saggia, e ne rapinarono le ricchezze, mentre il loro comandante, dopo averle fatto vergognosa violenza, le chiese se avesse nascosto da qualche parte dell’oro e dell’argento. Ella ammise di averne, lo condusse, lui solo, in giardino e gli indicò il pozzo, nel quale disse di avere personalmente gettato, mentre la città veniva presa, quanto di più prezioso aveva. Il Tracio si curvò a esaminare il luogo ed ella, di dietro, lo spinse giù, poi, lanciandogli molte pietre, lo uccise. Quando fu portata dai Traci, in catene, dinnanzi ad Alessandro, apparve innanzitutto dal suo modo di incedere e di guardare donna di alto sentire e degna di considerazione; tale era la sicurezza e la calma con la quale seguiva i suoi custodi; poi, quando il re le chiese chi fosse, rispose di essere la sorella di quel Teagene, colui che era stato in campo contro Filippo per la libertà dei Greci e che era caduto a Cheronea da generale. Alessandro ammirò la sua risposta oltre che la sua azione e ordinò che andasse libera con i suoi figli”.
(Plutarco," Vite parallele", Alessandro, 12).


Elisabetta Sirani,"Porzia che si ferisce la coscia", 1664.

Altra donna “antica”, che pure accese la fantasia della pittrice, fu Porzia, figlia di Marco Porcio Catone (politico, scrittore, uomo di grande rettitudine, divenuto col suo gesto estremo simbolo di opposizione ad ogni tirannia per la difesa della libertà; pur di non cadere nelle mani di Cesare, si suicidò trafiggendosi il ventre e, quando gli amici che lo soccorsero gli fasciarono la ferita, si strappò le bende ed infierì contro le sue visceri).
Moglie di Marco Giunio Bruto, uno degli assassini di Giulio Cesare, donna pudica, di costumi irreprensibili, rigorosa e intransigente, diede prova di grande “virilità” allorché, per dimostrare al marito, che cercava di tenerla estranea dalla congiura delle Idi di marzo, di essere in grado di condividerne le scelte politiche e gli affanni, s’inferse un taglio alla coscia. La Sirani la ritrasse nel quadro "Porzia che si ferisce la coscia", in modo meno tragico di Timoclea, ma egualmente drammatico, subito dopo essersi ferita, con il coltello levato verso l’alto, appena estratto dalla coscia ferita, dove già scorre il sangue, rosso come la veste sollevata.

“…prese una di quelle lamette con le quali i parrucchieri tagliano le unghie e si fece un taglio profondo, sulla coscia, tanto che le uscì molto sangue. In breve la ferita le diede dolori lancinanti e la febbre. Bruto era angosciato e smarrito, ma lei, imperterrita e al culmine della sofferenza, dice: ‘Io sono figlia di Catone, o Bruto, e fui consegnata alla tua casa non come una concubina, che con te dividesse soltanto il letto e la mensa, ma per essere partecipe delle tue gioie e delle tue pene. A te come marito non si potrebbe rimproverare nulla: ma io in qual modo potrei dimostrare la mia fedeltà o prestare un servigio, se non mi fai partecipe delle tue sofferenze segrete e delle preoccupazioni che si possono confidare soltanto a una persona fidata? Si crede che la natura delle donne sia troppo debole per tenere un segreto: ma la buona educazione, l'esempio, il contatto con le persone virtuose possono e debbono rafforzare il carattere. Io ho il vantaggio di essere figlia di Catone, sposa di Bruto; e se finora non avevo troppa fiducia in queste circostanze, adesso ho conosciuto che nemmeno il dolore mi potrebbe vincere’. Poi mostra a Bruto la ferita e gli confessa la prova a cui si è sottoposta. Stordito, Bruto levò le mani al ciclo e pregò gli dèi di con- cedergli che la congiura giungesse a buon fine per mostrarsi degno marito di Porzia”.
(Plutarco," Vite parallele", I, 2, Marco Bruto, 13).

“Pure sua figlia ebbe animo per nulla da femminetta. La notte precedente il giorno del mostruoso assassinio di Cesare, venuta a conoscenza del progetto di suo marito Bruto, appena costui fu uscito dalla stanza da letto, chiese un rasoio dando ad intendere che volesse tagliarsi le unghie e come per accidente se ne ferì. Richiamato in camera dalle grida delle ancelle, Bruto cominciò a rimproverarla perché si era voluta sostituire al parrucchiere. Ma Porzia, presolo in disparte: 'Questo non è stato un fatto accidentale', disse, 'ma una prova sicura del mio amore per te in codesta nostra situazione: sì, ho voluto sperimentare con quanta serenità mi sarei uccisa, se il tuo progetto fosse fallito”.
(Valerio Massimo," Fatti e detti memorabili").

Porzia, diede poi, ulteriore prova del suo estremo coraggio quando, appreso che il marito era stato ucciso (42 a.C.), si suicidò, stoicamente come suo padre, ingoiando dei carboni ardenti e morendo senza un lamento, con la bocca ostinatamente chiusa. Una famosa poetessa dell’età barocca, Faustina Maratti Zappi, similmente affascinata dall’eroina romana, così la celebrò nelle sue Rime:

Per non veder del vincitor la sorte
Caton squarciossi il già trafitto lato;
Gli piacque di morir libero e forte
Della romana libertà col fato;

E Porzia, allor, che Bruto il fier consorte
Il fio pagò del suo misfatto ingrato,
Inghiottì 'l fuoco, e riunissi in morte
Col cener freddo del consorte amato.

Or chi dovrà destar più meraviglia
Col suo crudel, ma glorïoso scempio,
L'atroce padre, o l'amarosa figlia?

La figlia più. Prese Catone allora
Da molti, e a molti diede il forte esempio;
Ma la morte di Porzia è sola ancora.


Elisabetta Sirani," Giuditta con la testa di Oloferne", 1660.

E la Sirani affrontò anche un’eroina biblica, Giuditta,protagonista di un episodio dell’Antico Testamento, quella dell’uccisione del tiranno Oloferne, spesso frequentato dai pittori e molto amato dalle pittrici (secondo talune interpretazioni per una sorta di rivalsa delle donne pittrici nei riguardi del genere maschile), optando, però, per un’interpretazione meno cruenta di quella famosissima di Artemisia Gentileschi, ambientando la scena all’aperto, di notte, in una città rinascimentale. Qui i protagonisti sono su un palco, Giuditta estrae da una sacca, portale da una serva, la testa di Oloferne e la mostra agli spettatori; le sono accanto due bambini che reggono le fiaccole, in basso, alle sue spalle, c’è la folla che acclama.


Elisabetta Sirani, "Ritratto di Beatrice Cenci", 1662.

Secondo la critica moderna sarebbe da attribuire alla Sirani anche il quadro che ritrae un’altra donna “forte”, bella e infelice, che si ribellò alle sevizie del padre, uomo violento e corrotto, e, accusata di parricidio, fu condannata alla pena capitale, insieme con il fratello e la matrigna, nel 1599, a soli ventidue anni: la nobildonna laziale Beatrice Cenci.
Per tradizione l’opera, intitolata " Ritratto di Beatrice Cenci", è sempre stato attribuita a Guido Reni, che si sarebbe recato a Roma proprio per ritrarre la giovane un giorno prima della decapitazione, ma dalla sua biografia risulta che in quei giorni l’artista non si trovava nell’Urbe, bensì a Bologna; inoltre il quadro rivela un’accuratezza nell’esecuzione che fa fortemente dubitare che possa essere stato dipinto in un tempo così breve (uno o due giorni), e la composizione esula dallo stile reniano, perciò è probabile che a realizzarlo sia stato un allievo o un seguace del Reni e, considerando l’abilità e la raffinatezza dell’esecuzione, la cura dei dettagli (i lunghi capelli, il panneggio del turbante e del mantello, bianchi contro lo sfondo scuro, elementi echeggianti lo stile caravaggesco, dal quale Reni fu solo suggestionato, orientandosi maggiormente verso un classicismo romantico) è probabile che sia opera della Sirani, che lo eseguì nel 1662 basandosi su incisioni romane di Beatrice Cenci risalenti all'epoca del processo. […]

Francesca Santucci