Francesca Santucci, "Virgo virago", Akkuaria, gennaio 2008

(estratto)

PROSERPINA

...e tanta semplicità c'era nel suo cuore di vergine,
che anche la perdita dei fiori le causò dispiacere.

Ovidio, Metamorfosi

Proserpina, figlia di Giove e di Cerere, leggiadra e mite, divenne la regina del terribile regno degli Inferi, ma non per sua volontà.
Plutone, re degli Inferi, invaghitosi di lei, la rapì e ne fece la sua sposa. Cerere, venuta a sapere dove si trovava la figlia, dopo averla cercata disperatamente per mare e per terra, si ritirò adirata in solitudine, provocando carestia e siccità sulla terra; allora Giove ordinò a Plutone di restituire la figlia alla madre, ma la giovane aveva già mangiato sette chicchi di melagrana (frutto che, connesso al mito di Proserpina, fu, poi, considerato sin dal Medioevo simbolo di resurrezione) e ciò fu sufficiente a legarla definitivamente al mondo dell'aldilà: secondo la tradizione, infatti, a chiunque si recasse nel regno dei morti, e lì si cibasse di alcunché, non era concesso il ritorno tra i vivi.
Il re degli dei decretò, allora, che la figlia, ormai regina del regno dei morti, trascorresse due terzi dell'anno sulla terra e un terzo con Plutone agli Inferi.
Così il mito in Ovidio:

E Cupido aprì la faretra, e ubbidendo alla madre, tra le sue mille frecce ne scelse una che più
acuminata e più stabile e più sensibile alla corda non avrebbe potuto essere. Aiutandosi col ginocchio curvò flessibile, e con la canna uncinata, colpì Plutone diritto nel cuore.
“Non lontano dalle mura di Enna c'è un lago che si chiama Pergo; l’acqua è profonda. Neppure il Caistro sente cantare tanti cigni sopra le onde della sua corrente. Un bosco fa corona alle acque cingendole da ogni lato, e con le sue fronde fa schermo, come un velo, alle vampe del sole. Frescura donano i rami, fiori variopinti l'umido terreno. Qui la primavera è eterna. In questo bosco Prosèrpina si divertiva a cogliere viole o candidi gigli, ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e le falde delle veste, e faceva con le compagne a chi ne coglieva di più, quando Plutone- fu quasi tutt'uno — la vide, se ne innamorò e la rapì. Tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita, la divina fanciulla si mise a chiamare con mesta voce la madre e le compagne, ma soprattutto la madre, e poiché si stracciò l'orlo superiore della tunica, questa si allentò e i fiori raccolti caddero per terra: e tanta semplicità c'era nel suo cuore di vergine, che anche la perdita dei fiori le causò dispiacere. Il rapitore lanciò il cocchio incitando i cavalli, chiamandoli ciascuno per nome, scuotendo sui colli e sulle criniere le briglie del cupo colore di ruggine; passò veloce sul profondo lago, sugli stagni dei Palaci, tra le esalazioni del golfo che erompe dalla terra e li fa ribollire…
(Ovidio, Metamorfosi, libro V, vv. 379-404).

Generalmente ritratta nel momento in cui Plutone la rapisce portandola via sul suo carro, trascinato da cavalli neri (simbolo di vitalità, ma anche di lussuria, nell’immaginario mitologico i cavalli sono considerati i trasportatori delle divinità ed il colore del manto allude alle caratteristiche del dio, pertanto neri sono quelli del dio degli Inferi, ma non sempre gli artisti hanno amato rappresentarli di questo colore), con le braccia alte in segno di disperazione, grandemente espressiva è la rappresentazione offerta nella tela del 1689 intitolata, appunto, “Il ratto di Proserpina”, dal pittore tedesco Hans von Aachen, che amò affrontare temi mitologici ed allegorici, prediligendo nudi femminili, composti in elegante stile manierista.
La fanciulla, rapita dal dio, sotto lo sguardo stupefatto delle ancelle intente a raccogliere fiori, leva le mani e lo sguardo verso il cielo, stretta da Plutone che la porta via sul suo carro trascinato da focosi destrieri.


Hans von Aachen, Il rapimento di Proserpina

Luca Giordano, invece, compose “Il ritorno di Persefone”, in un quadro databile 1660-1665 circa, in cui Proserpina, quasi completamente nuda, bionda, leggiadra, bella, sorretta da alcuni putti, ritorna nel mondo dei vivi. Qui Proserpina è affiancata dalla madre Cerere, con la testa sormontata da uno dei suoi attributi più tipici, una corona di spighe di grano (frutto della terra per eccellenza, simbolo di abbondanza, nell’antichità si riteneva che la dea, in occasione del ritrovamento della figlia, lo avesse donato all’uomo), alle cui spalle sporge il capo Flora, la dea della primavera, dei fiori e della fioritura, riconoscibile dalla ghirlanda di fiori che adorna i suoi capelli.
Nella composizione non mancano Nettuno, ritratto sul carro, con il tridente (uno dei suoi simboli, insieme al bidente) fra le mani, ed il suo feroce compagno, il cane dell’Ade, “fiera crudele e diversa”, 1 “il gran vermo”, 2 “lo demonio”3 Cerbero, dotato di numerose teste, addirittura fino a cinquanta, talvolta anche di una coda di serpente, posto a guardia degli Inferi, che terrorizza al loro arrivo le anime dei morti, vieta l’accesso ai vivi e ne impedisce l’uscita se riescono ad entrare.


Luca Giordano, Il ritorno di Proserpina

Nel 1680 circa Giacomo Farelli, artista nato a Roma ma formatosi presso la bottega di Andrea Vaccaro a Napoli, del quale molto bene assimilò lo stile, compose “Il ratto di Proserpina”, un olio su tela di misurata compostezza, in cui espose la scena del ratto, inserita in un’atmosfera dai toni cupi,concentrandosi sull’espressività dei personaggi, sui loro gesti, molto esaltandone l’anatomia dei corpi, soprattutto la contrazione muscolare del corpo nudo di Plutone contro il biancore delle carni di Proserpina, immersa, leggiadra ed eterea (come le eroine di Guido Reni a cui pure il Farelli s’ispirò) tra i panneggi mossi al vento.


Giacomo Farelli, Il ratto di Proserpina

Ma, probabilmente, l’opera maggiormente espressiva della vicenda del ratto, quella che al meglio rende la violenza subita dalla dea, non è una tela ma un gruppo scultoreo, quello di Gian Lorenzo Bernini.


Bernini, Il ratto di Proserpina

Fu nel giugno del 1621 che il cardinale Scipione Borghese iniziò a pagare Bernini per “Il ratto di Proserpina”; eseguita tra la primavera del 1621 e l'estate dell'anno successivo, la scultura fu trasportata nel settembre del 1622 a Villa Borghese, poi, qualche mese dopo, il cardinale volle donarla a Ludovico Ludovisi, nipote del nuovo papa Gregorio XV, ed allora fu collocata nella vicina Villa Ludovisi, posta su un piedistallo su cui vennero incisi alcuni versi latini composti da Maffeo Barberini, O tu che chino al suolo raccogli fiori, alza il tuo sguardo su di me, che vengo rapita nel crudele regno degli inferi, in un immaginario dialogo fra Proserpina e lo spettatore, pensato intento a raccogliere fiori, così come la fanciulla del mito nel racconto delle “Metamorfosi” di Ovidio: Proserpina si divertiva a cogliere viole o candidi gigli… quando Plutone –fu quasi tutt’uno- la vide, se ne innamorò e la rapì. 4
Nel 1908, poi, la scultura fu acquistata dallo Stato italiano e riportata nella sede iniziale, a Villa Borghese, dove si può ammirare ancora oggi, collocata al centro di una galleria, libera da ogni lato, sicché il visitatore può ben osservarla girandole intorno, scoprendo altri particolari interessanti anche se, però, il punto di vista per il quale l’Autore l’aveva concepita era quello frontale, per offrire l’illusione del momento culminante dell'azione, quello, appunto, del rapimento.
Si afferma, in quest’opera, dove per la prima volta il Bernini non rappresenta una figura, ma un evento, il suo distacco dalla scultura manierista, i personaggi non sono concepiti come oggetti tridimensionali, ma come figure di un grande quadro in tre dimensioni, che prendono vita attraverso la luce e l'ombra, e danno l’illusione del movimento, della vita, privilegiando l’attimo culminante della storia, quello in cui Plutone, per condurla nel suo regno sotterraneo, lesto, afferra Proserpina, ritratta con le braccia al cielo in segno di disperazione.
L’interpretazione del Bernini della favola mitologica, intrisa di grande sensualità (sappiamo che guardò ammirato alle tele del Carracci e di Rubens), è molto drammatica, esaltante i sentimenti contrastanti dei due personaggi: Plutone slanciato verso la fuga, Proserpina che oppone, invano, resistenza.
Il dio degli Inferi è fermo nel suo proposito, sul volto barbuto ha un’espressione risoluta, il suo corpo muscoloso, potente, è inarcato nello sforzo di sollevare e trattenere la fanciulla, affondando le mani nelle teneri carni.
Proserpina si divincola, cerca di resistere alla possente presa, è spaventata, il suo volto, rigato di lacrime, tradisce per intero la paura, gli occhi sono dilatati, la bocca aperta in un lungo urlo, con un braccio cerca di allontanare il volto del rapitore, protende l’altro verso il cielo, come a chiedere aiuto ad un dio superiore, ma è tutto inutile, il suo destino sta per compiersi.
L’evento scolpito nel marmo sembra davvero animarsi, i personaggi paiono di carne viva, reali e pulsanti; lo spettatore non può che partecipare emotivamente all’evento e restare, stupito, nell’attesa, come se davvero, come narra Ovidio, da un momento all’altro, dinanzi ai suoi occhi dovesse spalancarsi la porta dell’Ade per inghiottire, irrimediabilmente, il re del regno delle ombre e la sua disperata sposa:

Il figlio di Saturno non trattenne più la sua rabbia, e incitati i terribili cavalli, con braccio vigoroso tuffò lo scettro regale fino in fondo alla laguna. A quel colpo un varco si aprì nella terra fino al Tartaro e il cocchio sprofondò e scomparve nella voragine.5

Francesca Santucci

NOTE
1) Dante, Divina Commedia, canto VI.
2) op. cit.
3) op. cit.
4) Metamorfosi, libro V, vv.395-396.
5) Metamorfosi, libro V, vv.420-424.