Francesca
Santucci
PAOLA
MASINO
(1908-1989)

E’
a partire dagli anni ’30 che si assiste in Italia ad un
incremento della produzione letteraria femminile, ma le scrittrici
che s’impongono sulla scena del Novecento, pur partecipando
autorevolmente al dibattito intellettuale contemporaneo, in
conquistato senso d’identità, propongono tematiche
e forme espressive ben diverse da quello degli scrittori, e
non sono collocabili negli schemi del tempo poiché operano
più sulla ricerca personale che sull’ideologia.
Tra queste scrittrici si colloca Paola Masino, autrice oggi
rimossa e quasi dimenticata, per taluni aspetti considerata
antesignana di molte temi femministi, impegnata in una continua
ed inconsueta ricerca letteraria, eppure soffocata nello scrivere
e costretta a ripiegare in un tracciato narrativo disperso tra
collaborazioni a riviste, giornalismo, rubriche di posta con
i lettori ed infiniti appunti annotati sui suoi quaderni.
Nacque a Pisa nel 1908 e morì a Roma nel 1989. Cominciò
a scrivere giovanissima, e si nutrì di letture come la
Bibbia, Shakespeare, Dickens e Dostoevskij; già nel 1924
scrisse “Le tre Marie”, il dramma di tre donne,
la madre, la sorella e la moglie d’un grand’uomo,
diciamo pure un genio, che non appare mai in scena, e che pure
le tiene soggiogate.
Formatasi culturalmente a Roma, collaborò alla rivista
“Novecento“, la “Gazzetta del popolo“,
“Il Gazzettino“ e “Il Tempo“.
A diciannove anni conobbe Massimo Bontempelli, allora scrittore
già affermato, di trent’anni più vecchio
di lei, sposato, del quale s’innamorò, appagata
dal bisogno assoluto d’amore, e col quale sempre collaborò,
in un sodalizio appassionato e letterariamente intenso, in reciproco
arricchimento, condividendo le sue esperienze letterarie, curandone
un volume di “Racconti e Romanzi“, viaggiando con
lui prima a Firenze, poi a Parigi, allargando i suoi orizzonti
entrando in contatto con Moravia, De Chirico, Moretti, Martinetti,
Pirandello, assistendo il vecchio scrittore durante la sua lunga
malattia negli ultimi anni della sua vita, revisionando con
zelo l’edizione di alcune opere dopo la morte.
Gli scritti migliori di Paola Masino uscirono fra gli anni ‘30
e ’40, e le sue opere principali furono “Decadenza
della morte“, una raccolta di poesie e prose pubblicata
nel 1931, “Monte Ignoso“(1931), “Periferia“
(1933), un romanzo in parte autobiografico, stroncato da Gadda
e subito liquidato dalla critica fascista, “Racconto grosso
ed altri“ (1941), “Nascita e morte della massaia“
(1945), “Memoria di Irene“ (1945) e “Poesie“(1947).
L’opera più interessante della Masino è
sicuramente “Nascita e morte della massaia“, romanzo
tra il fantastico, il surreale, il fiabesco e l’onirico,
ma con palesi intenti polemici, che ebbe problemi con la censura
e fu sgradito al regime, pubblicato a puntate sulla rivista
“Il Tempo“ e poi nel 1946, in pieno neorealismo,
ma solo parzialmente apprezzato, in cui l’autrice si pone
contro il ruolo a cui la donna è destinata dalla famiglia
e dalla società e contro il mito della donna angelo del
focolare, seguendo dall’infanzia, definita polverosa,
fino alla maturità, la vita della Massaia, figura tipica
della condizione femminile, ossessionata dalle cure della casa,
esemplarmente riconosciuta (Esempio Nazionale), morta,
poi, per decrepitezza.
Il libro narra la storia di una ragazzina che, ignara di
se medesima e avvolta in una funebre selva di fantasie,
si estranea con determinazione dalla famiglia e trascorre l’infanzia
chiusa in un baule che le è letto, armadio, credenza,
tavola, stanza, pieno di brandelli di coperte, di tozzi
di pane, di libri e relitti di funerali catalogando pensieri
di morte. A diciotto anni, però, esce dal baule
e, consapevole della disfatta morale alla quale va incontro,
ma determinata, s’avvia alla vita normale ed ipocrita
di tutte le ragazze della sua età.
Le viene trovato un marito, un anziano zio, e, pur rifiutando
di diventare madre, applica puntigliosamente tutti gli insegnamenti
impartitigli da sua madre che l’ha educata al ruolo di
moglie sottomessa e perfetta casalinga, arrivando al punto di
leccare i pavimenti per controllare che siano veramente puliti.
Nel finale c’è il trionfo del paradosso: dopo morta
la Massaia è vista uscire dalla cappella del
cimitero e accovacciarsi per lucidare borchie e maniglie, poiché
anche la tomba deve essere ben pulita, e in una tomba c’è
sempre tanto da fare.
Il fascino del romanzo, in femminismo ante litteram,
deriva sicuramente dalla messa in discussione del ruolo al quale
la donna è destinata dalla società e dalla famiglia,
ma anche dalla combinazione dei vari tipi di scrittura che vi
s’intrecciano, dal clima metafisico e surrealista tipico
del tempo, dalla mescolanza tra fiaba e realtà, ed anche
dalla raffinata ironia; basti ricordare la battuta rivolta al
risveglio dalla Massaia al Signore:
Dovevi dimostrarmi che anche nel rammendare una calza si
può trovare un universo, non farmi intendere che ho lasciato
l’universo per rammendare calze!
Paola Masino fu attiva fino agli inizi degli anni ’70,
collaborando a riviste come “Noi donne“, scrivendo
libretti d’opera, come “Il ritratto di Dorian Gray“,
e qualche sceneggiato radiofonico, ma, soprattutto, continuando
ad occuparsi scrupolosamente delle opere di Bontempelli, più
che delle sue, perseverando ostinatamente fino alla fine alla
conservazione della memoria dello scrittore e alla rinunzia
della sua scrittura, tanto che, a chi le chiedeva perché
non avesse più scritto, eccezion fatta per i suoi appunti
privati, rispondeva:
Ho scritto ancora qualche poesia carica di morte. Quanto
al resto, ho avuto troppo da fare: ho dovuto vivere e lavorare.

QUELL’AMORE
MI HA INVASA
Alle
soglie della vecchiaia mi accorgo di avere avuto un’infanzia
decrepita. Ho vissuto il primo tempo della mia vita come un
ricordo, non come una scoperta. Infanzia e giovinezza furono
per me due regni favolosi. Non belli, anzi molto spesso pieni
di angoscia e di paura, ma addirittura meravigliosi per i mezzi
di cui disponevo per combattere angoscia e paura e farmele schiave.
Quando m’innamorai portai intero nel mio sentimento l’astratta
violenza delle mie private conquiste. E fu un grande amore.
Ma proprio per quell’assoluto che m’ostinavo a voler
perseguire, dovetti concedere alla vita quanto le spettava.
Fu una breccia. Da allora, insensibilmente ma inesorabilmente,
particelle invisibili di concessioni, compromessi, abitudini
m’inquinarono; e tanto più esse si facevano numerose,
tanto meno io m’accorgevo d’esserne invasa e di
andar tramutandomi. Ci misero un po’ di tempo a plasmarmi
nel peggiore dei modi, quale ora sono. Oggi so che ho perduto,
che la mia vita, cominciata come una straordinaria aurora, s’è
spenta e fatta al tutto inutile riducendo in cenere anche quei
bagliori iniziali, ove avevo creduto di leggere un più
nobile e arduo destino.1
1)
Testo inedito dagli appunti di Paola Masino, pubblicato il 26/5/2001
sul quotidiano “La Repubblica”.
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