TOTO’ E LE DISTANZE
di Francesca Santucci

 
Molto mi divertiva da bambina il film "Totò, Peppino e la malafemmina", in cui Totò dispiegava una comicità esilarante. Era un film sulle distanze, la distanza geografica e la distanza sociale, economica e culturale, tra il Nord e il Sud dell’Italia. Sembra impensabile ai giorni nostri, in cui più nessun luogo è lontano, che uno spostamento dal sud al nord dell’Italia potesse creare tanti problemi, di ordine fisico, pratico e mentale.
Me lo ricordo bene, come per un napoletano, allora, ma per un meridionale in generale, sembrasse infinito lo spazio geografico che separava da Milano, dalla Lombardia e da tutto il Nord, tanto che per il nostro Totò aver fatto per tre anni il militare a Cuneo significa essere, per estensione, conoscitore del mondo, e, per designare un luogo lontanissimo, spesso nei suoi film citava con solennità "l’Alto Adige".
E ricordo anche come fosse sentita distante la lingua italiana (parlata in pochi, dai ricchi e dai settentrionali, mentre i poveri e i meridionali parlavano il dialetto, ci ha poi pensato la televisione a diffonderla in tutta l’Italia), lingua "altra",“ imposta,  di  contro
all'autenticità della lingua "materna", cioè il dialetto, e come fosse più accentuato il divario economico e sociale tra Nord e Sud, essendo ancora lontani il boom economico, che avrebbe portato un po’ di benessere in generale in tutto il nostro paese, ed il consumismo, che avrebbe uniformato ed omologato gusti e consumi.
E, così, nel film spostarsi per andare a Milano, nella città tentacolare, probabilmente luogo ove imperanti erano il vizio e la dissolutezza (vedi le "donne d’alto bordo", le malefemmine) per andarsi a riprendere il nipote che aveva smarrito la retta via, significava far saltare tutte le coordinate geografiche, culturali, sociali e linguistiche del povero Totò, tanto che, prima di partire, necessitava di essere messo "aggiorno", istruito da un amico che a Milano c’era stato e poteva riferirgli che lì il traffico era enorme, il clima rigido, e che c’era molta nebbia, tanto che spesso non si “vedeva” (affermazione, quest’ultima, che più di ogni altra preoccupava Totò, anche se, poi, si rassicurava quasi subito pensando che, per incontrare qualcuno, a Milano bastasse mettere il nome su un manifesto).
Milano era lontana, gelida come la Russia (e, infatti, la musica che accompagnava l’ingresso di Totò, del fratello e della sorella, ricordava quella folkloristica russa) perciò bisognava vestirsi da siberiani. Milano era terra straniera, abitudini ed usi diversi, perciò era consigliabile portare con sé vino, olio, pane, salame, prosciutti, salsicce, caciotta, due galline (conservare le proprie abitudini alimentari diveniva anche un modo per continuare a sentirsi agganciati al proprio paese). Milano non era il proprio paese, non era nemmeno Italia e, dunque, bisognava esprimersi in un altro modo, in un plurilinguismo a metà tra il francese ed il tedesco, come quello usato per chiedere informazioni in piazza del Duomo, erroneamente ritenuta piazza della Scala, al vigile scambiato per generale austriaco, ma, avendo avuto un amico prigioniero in Germania, Totò non si scoraggiava e chiedeva: Noio volevons savoir l’indiriss…ja?
E, quando, poi, proprio diveniva impossibile servirsi della parola parlata, usava il linguaggio scritto, classico dei classici nella comicità, espediente letterario ben noto al teatro e alla letteratura fin dalle origini: la lettera. Nella lettera, però, bisognava scrivere bene e, dunque, non veniva tralasciata alcuna regola, nel pieno rispetto dell’ortografia e delle regole sintattiche, seppure reinterpretate, sovrabbondando e manipolando, mescolando e confondendo congiunzioni, aggettivi qualificativi, segni d’interpunzione, singolari e plurali, utilizzando il latino, l’italiano ed il vernacolo napoletano, appunto, alla maniera di Totò, che si produceva in una composizione a dir poco esilarante.
Ma il nostro eroe superava benissimo il senso di disagio e spaesamento procurato dall’approdo a Milano e dall’impatto con l’italiano, costretto ad usare con chi non era del suo paese, altalenando disinvolto tra lingue classiche, romanze e dialetti, districandosi tra grammatica, sintassi, ortografia e semantica, da uomo di mondo "poliglotta" quale, appunto, era, emettendo, infine, un rassicurante sospiro di sollievo quando si rendeva conto che il vigile del film parlava italiano; in fondo tutto il mondo era paese e Milano era come il suo paese, solo più grande.
Totò, che cinematograficamente bisticciò tanto con la lingua italiana, nella realtà fu un fine parlatore, dall’italiano impeccabile, e solo in poesia si espresse nella bella lingua del Golfo, cantando, come un provenzale poeta di corte, l’amore in tenera sottomissione verso le donne, che tanto amò e di cui sempre rispettò intelligenza e capacità.