MARIO MEROLA: INTERPRETE AUTENTICO


Mammà, Mario Merola e Tecla Scarano, anni '70

Se n’è andato il 12 novembre Mario Merola, che è stato, e resterà, non solo l’appassionato vibrante “Zappatore”, ma il massimo interprete dello spettacolo più napoletano di tutti, uno degli ultimi baluardi della cultura popolare partenopea (ma apprezzato anche all’estero, e non solo dagli immigrati napoletani), rimosso dagli intellettuali, venerato dalla gente dei quartieri bassi (i vicoli), amato anche nei quartieri alti, genere antesignano delle moderne soap (“Un posto al sole”, in particolare), racconto fortemente emotivo di storie di marginalità e grandi passioni: la sceneggiata.
Ricordo che ai tempi dell’Università, per una tesina d’esame col prof. D’Agostino, “Ipotesi per l’analisi di un genere musicale popolare: la sceneggiata”, mi recai al tempio napoletano della sceneggiata, il teatro “Duemila”, per concordare interviste con gli attori, in particolare con Mario e Sal Da Vinci, altri mammasantissima del genere, allora in scena; ebbene, un addetto alle pubbliche relazioni, “ ‘a maschera”, assestandosi con un colpo deciso la coppola in testa, in tono enfatico e complice, a me che insistevo per contattare tutti i maggiori interpreti del genere, così sentenziò: Signurì’, lassate perdere all’ate, ‘a sceneggiata è solo Mario Merola, tutt’ ‘o riesto… è munnezza! (Signorina, lasciate perdere tutti gli altri, la sceneggiata è solo Mario Merola, tutto il resto è spazzatura!).
Genere in bilico fra la canzone e il teatro, sostenuta da un proprio codice morale (l’importanza della famiglia, dell’onore, della forza), continuamente alimentata da un rapporto interattivo e viscerale fra pubblico e scena, caduto in disuso negli anni Ottanta, ha rappresentato l’ambiente sociale del proletariato e sottoproletariato urbano, in continua proposizione della disgregazione fra mondo contadino e urbanità, degli antichi sani valori del primo contrapposti a quelli della modernità, della cultura di massa, del conflitto fra legge ufficiale, esercitata contro i deboli, e legge immediata, istintiva, barbaricina, certamente maggiormente aderente all’etica popolare, quella dei coltelli.
Per dirla con lo scrittore Enzo Grano:
… un modo tutto napoletano di far la rivoluzione, di dire balordamente no ai giorni bui che viviamo. Ma d’altro canto, …anche un modo per liberarsi dalle “porcherie” che quel pubblico incolto è chiamato a subire giorno dopo giorno, una valvola di scarico, un momento liberatorio per continuare a vivere senza nulla chiedere e senza nulla capire. Per continuare a vivere nel sistema e per il sistema.
Fra lacrime e sospiri, rabbie e vendette, tre i personaggi fondamentali : “isso, essa, e ‘o malamente (lui, l’uomo perbene; lei, di costumi discutibili, perché sempre detestabile icona è stata la donna della sceneggiata; il cattivo, il mascalzone).
Mario Merola se n’è andato, col “cuore spezzato”, secondo le sue parole, in un tempo in cui spezzato era il cuore della sua amatissima Napoli, più che mai vilipesa, ma la cronaca di questa splendida città, ricca di storia, cultura, tradizione, capace di suscitare emozioni intense ai contemporanei, così come agli antichi viaggiatori del Settecento, non è sua specifica.
Napoli contiene in sé conflitti storici, ma anche quelli di una qualsiasi metropoli contemporanea; sua colpa è, probabilmente, quella di fare scena per l’eclatante, sfolgorante, prepotente bellezza che non la lasciano passare inosservata, ma non va criminalizzata solo perché tutto a Napoli fa spettacolo!
In una sua battuta, così il compianto Massimo Troisi recitava: Napule adda cagna’, cagnate Rovigo (Napoli deve cambiare, cambiate Rovigo).

Francesca Santucci