La
Rivista "Confronti", edita dalla Cooperativa Com
Nuovi Tempi propone una recensione:
"Il Popolo dell'Esilio" di Moni Ovadia
In
pagine di alta e rara intensità, Moni Ovadia esprime
la propria posizione sulla questione mediorientale, con la
voce ironica e commossa di un ebreo che desidera intensamente
la pace fra i due popoli, rompendo il proprio canto con quesiti
difficili e oscuri presagi della discordia che separa terre
e uomini.
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IL
POPOLO DELL'ESILIO
Opera di Moni Ovadia
Recensione di Laura Tussi
Editori Riuniti, Aprile 2011.
http://www.confronti.net/EDITORIALI/vivere-da-straniero-fra-gli-stranieri
http://www.confronti.net/SERVIZI/vivere-da-straniero-fra-gli-stranieri
In
pagine di alta e rara intensità, Moni Ovadia esprime
la propria posizione sulla questione mediorientale, con la
voce ironica e commossa di un ebreo che desidera intensamente
la pace fra i due popoli, rompendo il proprio canto con quesiti
difficili e oscuri presagi della discordia che separa terre
e uomini. Un canto che esprime una vocazione libertaria,1'istintiva
diffidenza nei confronti del potere cristallizzato, dell'autorità
prepotente, contro ogni antisemitismo, indagando la verità,
oltre asfittici schematismi ideologici, banali slogan propagandistici
e cortocircuiti della memoria. Moni Ovadia, attraverso l'opera
?Il popolo dell'esilio?, manifesta una profonda vocazione
per la condizione dell?esule, dello straniero, nel regno della
giustizia sociale, dove i ruoli non pretendono alcun significato
e le gerarchie sono abolite, nel viaggio in cammino verso
l'Uomo, sulla Terra che è Santa perché la si
abita da stranieri fra gli stranieri, in un alto concetto
di economia di giustizia, contro ogni deriva nazionalista.
Una condanna all'Europa intrisa ancora di odio per l'altro
e che non diventerà mai un'unica nazione degna, finché
non accoglierà le alterità e le minoranze, condannando
e contrastando le ideologie xenofobe, tramite l'espulsione
dalle istituzioni di capi politici che sfruttano il pregiudizio
e fomentano l'odio razziale. Moni Ovadia si schiera contro
la virulenza e la rigidità sionista, delirio del confine
e rivendicazione di un'identità sclerotizzata e ottusa,
in nome di una ?sicurezza?, sul cui altare si immolano ideali
di giustizia, di pace e umanità, tramite la mistica
della forza del potere. Dall'opera affiora invece pressante
l'esigenza di Pace per far riemergere la memoria dello sterminio
nazista dall'ossessione, dalla paranoia, per trasformarsi
in un alto momento mnestico creativo di un nuovo umanesimo
universalista, nella condizione dell'esilio in cui l'essere
umano rivela lo splendore che lo conduce alla pace, all'uguaglianza,
all'alleanza con gli altri esseri viventi, con l'ambiente
e l'ecosistema, in sospensioni sabbatiche di spazio e tempo,
in un?auspicabile diasporizzazione universale, contro la peste
del nazionalismo che ingenera guerra e stermini. Occorre abitare
la terra da stranieri fra gli stranieri, praticando la giustizia
sociale e affermando un paradigma di relazione e accoglienza
con il popolo antagonista, in un ideale sublime di erranza,
nella prospettiva di una diaspora universale, precondizione
necessaria per costruire la pace, dove prevalga l'idea dell'esilio
come patria che riconosce le potenzialità della fragilità
dell'umano, in profonde strutture dell'emozione e del sentimento
comuni, in una riconoscibilità identitaria indefinita
e in continua ridefinizione, di tradizioni, narrazioni, lingue,
letterature, popoli senza confini, bandiere, eserciti, burocrazie,
senza retorica patriottarda, in un infinito e osmotico collettivo
di diaspore universali. Dunque la questione ebraica rappresenta
proprio il quesito dell'alterità.
Il nazifascismo odiava l'ebreo della diaspora, sradicato,
fragile, ubiquo, capace di tenere in sè le contraddizioni,
l?ossimoro di molteplici identità, senza rinunciare
a nessuna di esse; l'ebreo maestro del pensiero critico, padrone
della dialettica del dubbio, portatore dell'idea rivoluzionaria
di una redenzione universale, fondata sulla precaria, onirica,
evanescente bellezza dell'Uomo fragile, inventore dell'elezione
dal basso, di redenzione dalla condizione di schiavo, di straniero,
oltre le logiche spietate di teocrazie nazionaliste votate
all?annientamento delle diversità. La Torah è
un messaggio universalista. La Torah, oltre la formazione
marxista e libertaria, ispira il pensiero dell'Autore nelle
lotte per la giustizia sociale, per le rivendicazioni palestinesi,
per tutti gli oppressi, per le donne, gli omosessuali e per
i diritti del creato, degli animali che lo abitano, dove il
tempo diviene lo spazio dell'esistenza nell'abolizione della
logica del confine, nella vera visione universalistica ebraica.
Lo Shabbat è extraterritoriale ed extratemporale, per
pensare alla donna e all'uomo come soggetti di pensiero spirituale,
etico, di giustizia e amore, nella relazione con se stessi,
con l'altro, con la società, per alimentare i circuiti
virtuosi dell'esistenza, nella centralità della vita,
della dignità, dell'uguaglianza, oltre lo sfruttamento
capitalistico, la mercificazione consumistica, in una buildung
straordinaria, dove la società può indagare
le questioni del proprio esistere, le aspirazioni e le derive,
le grandezze e le miserie, le patologie e il sublime dell'Uomo
fragile, oltre i falsi idoli del potere, oltre le vocazioni
idolatriche. Il passato e il presente si intrecciano nei ricordi
per affermare che la terra non è stata donata per alimentare
la guerra e il nazionalismo, ma per dimostrare che l'unico
modo per costruire la pace è essere -popolo che sa
vivere sulla terra da straniero fra gli stranieri-.
Laura
Tussi
Note:
http://www.youtube.com/lauratussi
"Il
Popolo dell'Esilio" di Moni Ovadia (162 Kb - Formato
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