LA VOCE DI PSICHE
di Vanda Guaraglia

I.
Fiori e corone gettate ai miei piedi
preghiere che io non so cogliere

odio la bellezza
e non cerco ammirazione
ma un abbraccio

perché non osate?
ho campi di grano maturo
nel ventre distese dorate e lucenti

so che la notte possiede vertigini
e un sospiro tinge d’indaco gli occhi

bellezza è toccare le mani e il corpo dell’altro
non esiste vita ma sopravvivenza nel gelo

II.
faranno di questa mia storia una favola
ma non diranno il tormento
di un cuore ingabbiato che palpitava
e forte batteva salendo alla rupe
parleranno di un funerale
non del piacere sottile che mi inchiodava

III.
e con Zefiro il volo
il volo fu perdersi una distanza
ero aria nell’aria un alito caldo
poi acqua in attesa
sull’erba limpida pozza
che non sapeva

IV.
il fulmine mi colpì
scheggiò la madreperla
tinse di porpora la notte
e il guscio che mi conteneva

un dolore forte dolce ma esigente
rendeva spasmodico il mio ventre

mulinelli nell’acqua cerchi che non capivo
e precipitando dal vortice del buio
in un nucleo incandescente
trovavo il paradiso

V.
non lo credevo mostro o serpente
e il dolore fu grande ma dovevo sapere
dovevo vedere le forme
che presagivo indistinte nel buio

mi mancano ora ali morbide
oltre il piacere quel perderci uniti
ma diversa mi avrebbe amata?
avrebbe amato un’altra Psiche?

VI.
avevo perso voce e speranza
procedevo curva dentro il temporale
la pioggia mi toglieva vista e respiro
volevo morire solo morire

ma ora dico grazie alle formiche
oltre alla torre e alla pietà di un artiglio
grazie canna che disse:

“non profanare l’acqua che bevo e mi nutre
unisciti al platano e aspetta
aspetta che il vento plachi l’ira delle bestie

tu non sai quanta lana
rimane impigliata fra i rami
o sui tronchi contorti e rugosi del bosco”

VII.
sposa di amore e madre di Voluttà
sto bene qui sono una dea
e l’anima leggera nel piacere sale
ma qualcosa d’incompiuto
come un granello di sabbia in me stride

manca l’aver vissuto appieno quella vita
che nasce e muore nella sofferenza
zona di schiuma e attrito
dove l’onda sposta materia e ferisce

VIII.
e quando guardo i ragazzi
giovani vite
correre vicoli e viuzze
cercando anfratti
e nidi di lucertole sui muri
mi chiedo se l’amore sta nel divino
in questo spazio eterno
o nell’umana fatica
nell’incessante lavoro del tempo

nel fluire silente e perfetto del piano
o nel solco che scava
nel caglio che aggruma dolcezze di latte

IX.
questo a volte penso
seduta sul lembo
estremo di una nube
ma tutto dimentico
se Amore mi sorprende
e in un abbraccio d’ali
corpo e anima solleva

Vanda Guaraglia
scheda biografica