Francesca
Santucci
IL
RATTO DEL LICEO
(Racconto
vincitore nel 1999 al concorso “Osio scrive”"
–
“Tornare a scuola emozionati da un ricordo“, Osio
sotto, BG)
Quod
in iuventute non discitur, in matura aetate nescitur.1
(Cassiodoro, Variae, 1,24)
Persiane
scolorite, dal balcone della presidenza un tricolore sbiadito
svettante sul pennone, nel cortile acacie rinsecchite e pioppi
dai colori smorti, corridoi lunghi, tetri e silenziosi, pavimenti
di marmo ben netti, lucidi, a specchio, con losanghe bianche,
con losanghe nere, qualche busto dei grandi del passato, Cicerone,
Dante, Alfieri, Manzoni, in un edificio vecchio, quasi fatiscente,
muri che il tempo aveva reso grigi come le pianure del nord
nei giorni di nebbie novembrine, intonaci scrostati, sezioni
solo femminili, alunne serie di buona famiglia, insegnanti
severi un poco appannati dall’età, bidelli scrupolosi
dai capelli bianchi con le spalle curve dentro ai grembiuli
neri.
In quel liceo classico tutto era fermo, immobile ed eguale,
tutto solo in bianco e nero come la stampa di una bella veduta
d’altri tempi. Anche il preside, da anni, forse da secoli,
era sempre lo stesso e sempre simile a se stesso: la testa
pelata, secondo una certa immagine virile del passato, baffetti
corti, pizzetto ben curato onor del mento, occhiali spessi,
camicia immacolata odorosa di stantio e di sapone di Marsiglia,
farfallino a pois ormai desueto, vestito grigio scuro d’inverno,
grigio chiaro d’estate, le scarpe di copale ben lucide.
Anche i professori non cambiavano mai e si assentavano raramente;
non senza una picca d’orgoglio alcune allieve raccontavano
in giro di avere gli stessi insegnanti che erano stati insegnanti
dei loro genitori.
Tutto, dunque, sempre uguale, lì non arrivava nemmeno
l’eco delle proteste dei giovani per strada, dei cambiamenti
allora in atto nella società, forse per questo una
mano anonima, un giorno, aveva impresso una scritta sulla
parete esterna dell’edificio; diceva:
-Questo liceo è triste e buio!-
Ma qualcuno si era affrettato a rispondere:
-No, non lo è. Lo rischiara la luce del sapere!-
Ed era vero. I grigi professori si rivelavano insegnanti eccellenti,
entusiasti ed entusiasmanti, le materie erano estremamente
interessanti, le spiegazioni esaltanti ed esaltante lo studio:
le grotte di Lascaux, l’Egitto misterioso, la lineare
A e la lineare B, la civiltà della Grecia antica, culla
del pensiero occidentale, Socrate che sa di non sapere e muore
per la Verità, Diogene di Sinope che con una lanterna
erra alla ricerca dell’uomo, Alessandro il grande che
anche in guerra si fa accompagnare dai filosofi.
E poi i Romani, oh, sì, qualcuno li dirà invasori
ed aggressori, ma quale sincera esultanza dinanzi a Roma caput
mundi e fino ai confini del mondo con Traiano!
Furono quelli davvero anni di studio leopardianamente matto
e disperatissimo, ma non ci fu bisogno, come per l’Alfieri,
di farsi legare ad una sedia per affrontarli, perché
si era guidati dalla sete della conoscenza, dal desiderio
di sconfiggere l’ignoranza aprendo la porta verso l’infinito
sapere, secondo la lezione di un altro grande, Galileo. E
poco importava se la scuola era malandata e i professori anziani!
II.
Col
suo bel nome ottocentesco quell’anno giunse nella nostra
classe Ombretta; chioma fiammeggiante, frangetta sbarazzina,
chiari occhi celesti un po’ furbini in un viso pieno di
lenticchie, sorriso aperto e schietto. Ripetente, non molto
portata per lo studio, non di grande intelligenza, ma non sciocca,
forse solo un poco tarda nel capire.
-Che bel nome, insolito per i nostri tempi. Come mai?- chiese
curiosa la professoressa di Latino accomodandosi gli occhiali
sopra il naso adunco.
-Ol mé pàder…-2
-Parla in italiano.-
-Mio padre è tifoso di Antonio Focazzaro, quello che
ha scritto "Piccolo mondo antico" … Dice che
la protagonista…-
-Sì, sì, bene, bene, ma non si dice tifoso, si
dice estimatore, cultore, appassionato … e Fogazzaro,
non Focazzaro... Comunque è nel programma dell’ultimo
anno … Non so nemmeno se ci arriverete a trattarlo!- tagliò
corto l’insegnante passando ad altro.
Questo fu il debutto di Ombretta sul palcoscenico del liceo
classico dove, in cinque anni, si alternarono i più svariati,
coloriti e variopinti personaggi, sia nel corpo insegnante sia
nella multiforme massa delle scolare. Molte allieve si persero
lungo il cammino (ma è noto che la via che conduce al
sapere è lastricata di ostacoli), di alcune si conserva
un bel ricordo, di altre si è dimenticato anche il cognome,
indelebile resta quello di Ombretta, per la ventata d’involontaria
allegria che portò nel compassato e prevedibile liceo
di quegli anni.
III.
Chi
ama il latino lo ama per sempre, al contrario chi non lo ama
non lo amerà mai. E chi ama il latino lo capisce subito,
chi non lo ama non lo capirà mai. Ombretta non lo amò
e non lo capì, mai e da subito. Gli antichi poeti greci
dicevano: Ta patemata matemata!, le sofferenze sono
insegnamenti. Parafrasando oserei dire che l’insegnamento
è una sofferenza, o che almeno tale può diventare
per l’insegnante che abbia la sfortuna di imbattersi in
un alunno sordo all’apprendimento, o per lo meno non votato
allo studio dei classici.
Ritornando ad Ombretta, dopo aver, più o meno con regolarità,
tra i dileggi e gli scherni delle compagne di classe ed i rimproveri
dell’insegnante, un po’ incasinato i casi, declinato
a vanvera, flesso i verbi alla bell’e meglio, confuso
i parisillabi con gli imparisillabi, i passivi con i deponenti,
homo-hominis e omnis-omne, scambiato semplici
plurali per pluralia tantum, chiamato ripetutamente Luigino
lo scrittore Igino, raggiunse il culmine del caos più
completo inciampando malamente nella versione dal latino "Il
ratto di Proserpina" già preceduta da un’altra
non agevole traduzione sullo stesso tema, "Il ratto delle
Sabine".
Insensibile al destino di Proserpina, rapita dallo zio Plutone
mentre raccoglieva i fiori della primavera (rapta,
in latino, da cui raptum, ratto, appunto, ma non ratto
– topo, bensì ratto – rapimento), sorda al
dolore di Cerere che cercò la figlia per nove giorni
e nove notti per mare e per terra (Diu Ceres omnia loca
clamoribus et querelis implevit), si ostinava a chiedere:
- Ma il ratto dov’è?- E le compagne la zittivano
con occhiatacce eloquenti.
Infine l’inopportuna domanda giunse anche alle orecchie
dell’insegnante che si era fin lì profusa in un’enfatica
spiegazione del rapimento, sottolineando gli aspetti drammatici
del contenuto della versione ma anche fornendo spiegazioni tecniche
ed interpretative della struttura del linguaggio, soffermandosi
proprio sul significato del verbo rapio ed insistendo
su come l’ingenua fanciulla rapta erat da quel brutalone
di Plutone, re degli Inferi.
Scuotendo i bei capelli rossi insistente ancora Ombretta chiedeva:
-Sì, ma il ratto dov’è?-
L’insegnante trattenne un lungo respiro, con gli occhi
sbarrati, le gote infiammate di rabbia repressa, fu lì
lì per esplodere in un aspro rimprovero che sarebbe rimbombato
per tutta l’aula, per tutta la scuola, più acuto
delle urla di dolore di Proserpina, poi, inaspettatamente, sotto
l’occhio atterrito della scolaresca, scoppiò in
una potente risata che contagiò l’intera classe,
eccetto Ombretta che conservava ancora l’interrogativo
nello sguardo, e così si espresse:
-Domàndeghel a to pàder. - 2
Dopo quella ventata d’ilarità collettiva, che mai
più, in futuro, si sarebbe ripetuta, l’insegnante
riprese l’abituale contegno e ordinò:
-Continuate a tradurre!-
In un ultimo disperato tentativo la ragazza testarda, e non
sdegnosa come quella del Mississipi, rivolse nuovamente alle
compagne l’ossessiva domanda, ma quelle, per tutta risposta,
le tirarono fuori la lingua.
Allora Ombretta non chiese più e da quel giorno, sul
giallo dell’antichità, scese un assoluto silenzio,
non avendo il coraggio, né l’insegnante né
le alunne, di ritornare sull’argomento.
Non ho dubbi che anche oggi, ovunque si trovi, dovunque la vita
l’abbia poi condotta, se talvolta il pensiero le ritorna
agli anni della scuola, ancora si arrovelli il cervello chiedendosi
ostinata:
-Ma il ratto dov’è?-
Francesca Santucci
1)
Ciò che non s’impara in gioventù, in vecchiaia
non lo si sa.
2) Mio padre (in dialetto bergamasco).
3) Chiedilo a tuo padre.
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