Francesca Santucci

LALLA ROMANO
(1906-2001)

Solamente il silenzio
oltre il gelo dei mondi
oltre il solitario passo dei vecchi
oltre il sonno dimenticato dei morti
solo il silenzio vive.

L. Romano

Scrivere vuol dire scrivere di sé, in modo più o meno dichiarato … scrivere per me è stato anche il tramite per entrare nelle vite degli altri, così affermava Lalla Romano, importante scrittrice e pittrice piemontese del ‘900, schiva e riservata, lontana dai clamori del mondo intellettuale ufficiale eppure molto popolare.
Attenta al quotidiano, sempre relazionato all’universale, al "privato", allo studio degli esseri umani e al tessuto dei loro rapporti ed affetti familiari e quotidiani in sensibilità squisitamente femminile, ma priva di sentimentalismo e vittimismo, ha attraversato per intero il Novecento, con le sue ombre e con le sue luci, con silenzi lunghissimi e con attività febbrile, come scrittrice di versi, racconti, saggi, recensioni, dedicandovisi, ormai praticamente cieca, fino alla morte, avvenuta a 95 anni, il 26 giugno del 2001, nella sua amata casa milanese di via Brera.
Graziella, nome scelto dal padre dalla novella di Lamartine in omaggio a Napoli (detta Lalla), Romano nacque a Demonte, in provincia di Cuneo, l’11 novembre del 1906; laureata a pieni voti all’Università di Torino in Letteratura romanza, con una tesi sui poeti del "dolce stil novo", inizialmente fu bibliotecaria a Cuneo e poi insegnante, prima a Torino e poi a Milano, coltivando parallelamente la sua passione per la poesia e la pittura, e mantenendo sempre intatto il suo legame con il Piemonte e la piemontesità.
Tra il 1925 e il 1928 frequentò lo studio del pittore Giovanni Guarlotti, compì numerosi viaggi a Parigi, conobbe i nuovi fermenti artistici ed entrò in contatto con Cesare Pavese (con cui era stata anche compagna d’Università e per il quale, durante la guerra, tradusse i "Trois contes" di Flaubert), Mario Soldati, Franco Antonicelli, Arnaldo Momigliano e Carlo Dionisotti.
Iscritta al Partito d’Azione, prese parte attiva alla Resistenza, esperienza i cui echi confluirono in molte sue opere.
Poetessa, narratrice, traduttrice, pittrice e critica d’arte, anche appassionata di fotografia, si segnalò in campo letterario con raccolte di poesie come "Fiore", "L’autunno", "Giovane è il tempo", e con racconti come "Maria", "Tetto Murato", "L’uomo che parlava solo", "La penombra che abbiamo attraversato", "Le parole tra noi leggère", alcuni dei quali ebbero il riconoscimento di un premio letterario come il Premio Veillon, il Premio Cesare Pavese e il Premio Strega.
Scrisse anche prose liriche come "Le metamorfosi", opere in prosa come "Una giovinezza inventata", "Inseparabile", "Un sogno del Nord", un poemetto autobiografico nel ’91, "Le lune di Hvar " e, suoi più ultimi lavori, "Un caso di coscienza", del ’92, e "Ho sognato l’ospedale", del ’95.

I miei libri sono basati parecchio sulla memoria, ma penso si debba distinguere tra due tipi di memorie: la memoria nel senso grande, che è ricchezza per l’umanità, e i ricordi personali, che hanno una loro dignità ma non sono niente, sono aneddoti, pettegolezzi … Adesso proliferano libri di memorie che raccontano fatterelli, ma questo non ha niente a che fare con la vera memoria.

Secondo la personale definizione dell’autrice il suo procedimento letterario, sostenuto da uno stile originale, con una scrittura semplice, evocativa e raffinata, si basò sulla memoria, memoria personale intima, ma mai provinciale, sullo sfondo di una vicenda storica colta in lucidità intellettuale e con il calore tipicamente femminile.
La prima opera narrativa di Lalla Romano, che sancì il suo passaggio dalla poesia alla prosa, fu "Le metamorfosi", pubblicata nel 1951; precorritrice della tematica del sogno, in atmosfere surrealiste e simboliste, tra sogno, mito e favola, ma con radici profonde nella letteratura classica e medievale, con questo lavoro l’autrice intese rendere materiale letterario le vicende oniriche. Divisa in cinque parti, racconta i sogni di cinque personaggi legati fra loro da legami di parentela, vicini all’autrice, ma innominati e, dunque, di non facile riconoscimento.
Furono, però, "Maria" e "Tetto murato", rispettivamente del ’53 e del ’57, le opere che costituirono i veri e propri inizi della sua narrativa; il primo, già in clima di Neorealismo, momento d’incontro fra mondo borghese e mondo contadino, anche testimonianza della civiltà contadina in via di estinzione, contrassegnato dal senso del Tempo e della Storia, poco considerato dalla critica, narra la storia vera di un’umile donna, alter –ego dell’autrice, realmente conosciuta, una contadina che, pur abbandonando la terra per andare a servizio presso una famiglia, non dimentica mai le sue leggi di onore e dedizione.
Il secondo, di spirito pavesiano, delinea quella che in futuro sarà una tematica costante nella narrativa di Lalla Romano: l’indagine nella memoria.
La storia si svolge in una località di campagna del cuneese, in un casale, il tetto murato, dove durante l’occupazione tedesca si rifugiano due coppie di sfollati: Paolo, gravemente malato d’asma, e sua moglie Ada, e Stefano, spesso assente per lavoro, e la moglie Giulia.
La malattia di Paolo e le premure della moglie, spingeranno Giulia, nonostante l’anormalità della situazione, gli squilibri, le privazioni e le difficoltà, a legare con la coppia in un’intensa affinità spirituale creando una seconda vita simile a quella principale alla quale, però, alla fine della guerra, i quattro personaggi ritorneranno.
"Le parole tra noi leggère", che ottenne un grande successo nel 1969 e conseguì il premio Strega, è l’indagine del proprio rapporto di madre con il figlio dal punto di vista materno. Il racconto si snoda in modo casuale, tra ricordi che affiorano, appunti, annotazioni, foto, disegni, materiale autentico, che servono a delineare, tra somiglianze e divergenze, la biografia del figlio, la sua crescita ed anche il progressivo allontanamento dalla madre che arriva, infine, a riconoscerne l’estraneità.
Il capolavoro di Lalla Romano è considerato "Una giovinezza inventata", del 1979, ricostruzione in stile essenziale, esente da compiacimento sentimentale, della personale giovinezza dell’autrice vissuta negli anni Venti, divisa fra gli studi, l’esistenza borghese, l’amore e i disagi della condizione femminile del tempo. La ricostruzione dell’educazione culturale ed affettiva non avviene in chiave nostalgica di recherche del tempo perduto e la memoria del passato non è caricata di aura poetica, bensì vissuta come presente e guardata dall’unico possibile punto di vista, quello senile.
Lalla Romano si dedicò soprattutto alla narrativa, ma i suoi esordi sono legati ai componimenti poetici, cominciati a scrivere quando ancora pensava di dedicarsi esclusivamente alla pittura, molti dei quali rivisti nella maturità, in consapevolezza del distacco dalle emozioni che li produssero e rielaborati in mutato sentimento, da personale e universale.
A poche settimane dalla sua morte, piace qui ricordarla con una selezione dei suoi versi.

CANZONE
Amore, bada, se mi vuoi ferire,
che la ferita non mi sia mortale.
Lagnarmi non m'udresti del mio male,
ma lontano da te vorrei morire.
Come la cerva c'è ferita a morte,
nel folto delle selve fuggirò.
Sola e senza rimpianger la mia sorte,
amor, lontano da te morirò.
(Dalla raccolta "Fiore", 1941)

 

IO SONO DENTRO DI TE
Io sono in te
come il caro odore del corpo
come l'umore dell'occhio
e la dolce saliva.
Io sono dentro di te
nel misterioso modo
che la vita è disciolta nel sangue
e mescolata al respiro
(Dalla raccolta "Giovane è il tempo”, 1974)

 

SILENZI
D’estate, nel silenzio dei meriggi,
sopra la terra esausta ed assopita,
incombe il peso d’una enorme assenza.

Ma dai grandi silenzi dell’inverno,
sopra la terra rispogliata e nuda,
infinita certezza si disserta.

Tutto perdemmo: fu sprecato il tempo
Sì breve del fiorire, ma ora il cielo,
non più velato dalle foglie, immenso,

di luce inonda gli orizzonti, e nulla
fuorché il cielo è vivente sulla terra,
una più vera vita è in questa morte.
(Inedito di Lalla Romano, 1930)

Francesca Santucci, luglio 2001