L'ISOLA
di Giuseppe Ungaretti
da
IL SENTIMENTO DEL TEMPO
LA FINE DI CRONO
commento di Francesca Santucci

A una proda ove sera era perenne
di anziane selve assorte, scese,
e s'inoltrò
e lo richiamò rumore di penne
ch'erasi sciolto dallo stridulo
batticuore dell'acqua torrida,
e una larva (languiva
e rifioriva) vide;
ritornato a salire vide
ch'era un ìa ninfa e dormiva
ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
errando, giunse a un prato ove
l'ombra negli occhi s'addensava
delle vergini come
sera appiè degli ulivi;
distillavano i rami
una pioggia pigra di dardi,
qua pecore s'erano appisolate
sotto il liscio tepore,
altre brucavano
la coltre luminosa;
le mani del pastore erano un vetro
levigato da fioca febbre.

Composto nel 1925, testimonianza del progressivo decantarsi della parola in Ungaretti, con suggestioni dannunziane (“La sera fiesolana”), “L’isola” apre la seconda sezione della raccolta “Sentimento del tempo”, ”La fine di Crono”.
Frammento idillico molto raffinato, evocativo di forme pure, arcane, ermetiche, elaborato fra fonosimbolismi, rapporti e preziose analogie (selve/assorto, stridulo batticuore dell’acqua, pioggia pigra di dardi), presenti elementi poetici tipici arcadici e neoclassici, muove da un punto di vista che non è l’io del poeta, ma del pastore che spazia in una magica visione.
In una proda, dove è perenne oscurità per l’ombra di antiche selve, quasi in muto raccoglimento, il frullo d’ali d’un uccello, levatosi con suono stridulo, attrae il pastore: ecco l’apparizione di una “larva”, evanescente figura, una ninfa che dorme abbracciata all’olmo, ma altre creature femminili, nella penombra del bosco, che sui loro occhi si posa malinconica e lieve, come il cader della sera sugli argentei uliveti, si palesano, fra sparse greggi, appisolate sotto il tepore dolce e confortante del morbido prato, investito dai raggi del sole, intanto che il pastore sorveglia, le mani lucide, trasparenti, imperlate per la calura, tanto da apparire quasi febbricitanti.
L’isola ungarettiana è un luogo in sospensione, senza spazio né tempo, paesaggio indefinito, lontano, remoto, evocato fra silenzi e stupori.