SOSTENERE LE DONNE FA BENE A IMPRESE E SOCIETA'

Di Barbara Trigari
Spunti per nuove collaborazioni con associazioni che sostengono le donne in difficoltà e creano nuova imprenditoria e professionalità. Suggerimenti per l’anno che verrà (da Mark Up n. 275)
Donne e lavoro: equazione a elevato grado di complessità, soprattutto se si parla di donne in difficoltà perché vittime di violenza, perché sono da sole in un Paese straniero o sono in carcere o ne sono appena uscite. Ad ascoltarle, accoglierle e sostenerle in un percorso di rinascita che trova il suo coronamento nella capacità di trovare un impiego e conservarlo, ci sono associazioni e cooperative, circuiti protetti, ma lontani dalla logica assistenzialistica. Non chiedono un aiuto, ma propongono uno scambio che fa guadagnare tutti. Ecco alcune storie.
L’esperienza di Casa Chiaravalle (all’interno di rete Passepartout, di cui è presidente Silvia Bartellini) è partita dal 2017 per formare donne italiane e straniere, accogliendole (anche insieme allo loro famiglie) in questo edificio sequestrato alla mafia. Accanto al sostegno diretto, i privati possono collaborare per attivare risorse per tre progetti: attivare una cooperativa sociale agricola nel 2019; ristrutturare due capannoni a disposizione di aziende per farne spazi di aggregazione e trasformare in location ricettiva di alto livello da affidare a 5 donne, una villa con parco a Ello (Lc), la prima disegnata da Vico Magistretti.
Cristina Carelli, coordinatrice Cadmi, Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano, racconta del circolo vizioso innescato dalla violenza nelle relazioni: è un vissuto depauperante, la persona assume lo sguardo del maltrattante, si sente incapace e vede un orizzonte sbarrato. L’operatrice, donna, propone un rispecchiamento positivo che riporta alla luce competenze e potenzialità, un ascolto delle storie personali senza giudizio, nell’anonimato e nella segretezza. Sul sito dell’Associazione appare sempre l’icona “Nascondi le tracce”. La relazione con le aziende è fondamentale per costruire un percorso: per le donne coinvolte è un “darsi un tempo per vedersi nella nuova attività”; per le aziende una riflessione sui propri modelli culturali. “Vogliamo stare vicine alle donne, le nostre interlocutrici primarie -dice Cristina Carelli- ma anche interagire con tutti gli ambiti della società per portare un modello diverso ed evidenziare i modelli culturali e di comportamento che, nelle relazioni, possono essere prodromici alla violenza”.

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