NU-SHU:
IL LINGUAGGIO SEGRETO DELLE DONNE CINESI
di Alina Rizzi
(Pubblicato
sulla rivista Geniodonna, maggio-giugno 2011)
Poco tempo fa, con la scomparsa di Yang Huangyi, a 92 anni,
si pensava perduto per sempre l’antico linguaggio segreto
delle donne cinesi: il Nu-Shu.
Yang era infatti l’ultima depositaria dei segreti di questa
scrittura, insegnatale dalla madre. E invece, grazie al lavoro
meticoloso di ricerca e trascrizione di un gruppo di donne dello
Hunan (una regione meridionale della Cina in cui pare sia nato
questo linguaggio di genere, l’unico al mondo) non solo
si sono recuperati i 2800 ideogrammi della lingua, ma si sono
tradotti interi volumi. Per la prima volta i “libri del
terzo giorno”, cioè i libri segretissimi che le
compagne regalavano ad una donna quando era costretta a sposarsi,
vedono la luce delle librerie e incontrano la commozione delle
donne moderne.
Ricchi di poesie, canzoni, pensieri, questi libri tessuti e
ricamati a mano, nascevano per consolare la sposa nel momento
in cui, a tre giorni dal matrimonio, doveva definitivamente
lasciare la famiglia d’origine e il paese natio. Libri
che in qualche modo dovevano curare la solitudine di queste
nuove mogli, così poco considerate, in quanto femmine,
così poco amate per la loro presunta “inferiorità”.
Un antico detto cinese dice: “Davanti ad un pozzo non
si muore di sete. Quando si è con le sorelle non c’è
posto per la disperazione”. E infatti, in un tempo non
troppo lontano, in cui le donne si sposavano contro la propria
volontà, e venivano allevate coi piedi fasciati per essere
più “graziose” (non riuscendo a camminare
senza appoggiarsi a qualcuno!) l’amicizia tra donne era
il bene più prezioso. Tra donne ci si incontrava per
lavorare, tessere, cantare, allevare i figli. Per farsi quelle
confidenze che i mariti maschilisti non tolleravano e che quindi
finivano nei diari segreti di Nu-Shu.
Paradossalmente, se in passato questa lingua è stata
praticata dalle donne più povere e maltrattate, le analfabete,
le concubine, le bambine a cui veniva proibito di imparare a
parlare perché non potessero poi esprimere le loro emozioni,
oggi sono le signore di classe ad avere il tempo di imparare
questa nuova lingua per utilizzarla poi con le amiche nei loro
eleganti salotti.
La scuola appena nata, rigorosamente femminile, per apprendere
l’antico linguaggio è frequentata da bambine di
livello sociale alto, che seguono i corsi come fossero un nuovo
hobby d’elite.
Allo scopo è stato stampato il primo dizionario Nu-shu
e sono state tradotte molte lettere scritte in forma poetica,
dal contenuto struggente, se si pensa che erano l’unico
modo delle donne per sfogare la malinconia, la tristezza, che
regnava nelle loro vite. Curioso il fatto che non avessero neppure
bisogno di nascondersi quando scrivevano, perché ai loro
uomini non interessava minimamente sapere cosa attraversasse
la mente, o il cuore, delle donne che sposavano esclusivamente
per fare figli e avere in casa domestiche ubbidienti e non pagate.
Cosa potevano scrivere di interessante sui quei quaderni che
spesso si portavano nella tomba o lasciavano in eredità
alle figlie, quelle piccole femmine, se un antico proverbio
dell’imperialismo cinese così recitava: “…meglio
avere un cane che una figlia…” ?
E poi i caratteri del nuovo alfabeto venivano spesso scambiato
per dei piccoli disegni; a differenza degli ideogrammi cinesi
molto squadrati, era infatti formato da tratti sinuosi e curvilinei,
così aggraziati che a volte venivano ricamati sugli abiti,
per comunicare messaggi che gli uomini non potevano interpretare.
Solo negli anni ’50, e per motivi politici, i servizi
segreti cinesi si interessarono a questo linguaggio, immaginando
le donne che lo utilizzavano come spie al servizio dei paesi
occidentali. Con grande scalpore raccolsero diversi materiali
e li diedero da tradurre ai migliori linguisti del paese, ma
non ottennero nulla. Nessun uomo fu mai in grado di decifrare
l’antico alfabeto. Ci vollero decenni per arrivare alla
verità, e all’ultima depositaria del segreto: Yang
Huanyi. Solo grazie a lei il velo fu finalmente sollevato, sui
7000 caratteri che compongono il Nu-Shu ma soprattutto su un
intero mondo femminile, salvato in extremis dall’oblio.
Per saperne di più si può visionare il documentario
della regista canadese Yang Yuequing, intitolato “ Nu-shu:
a hidden language of women in China”, in cui si racconta
la storia di alcune donne che si prodigarono in mille modi perché
questo linguaggio non venisse perso.
Il Nu-Shu ha anche ispirato un romanzo di Alexander Alma, dal
titolo “Le parole segrete di Jin-Shei” e narra di
misterioso regno dell’antica Cina in cui dominavano le
donne, capaci di esprimersi con un linguaggio segreto che si
tramandavano di madre in figlia.
Alina
rizzi
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