MEDUSA
Tentazioni e Derive
di Letizia Lanza
Studio editoriale Gordini, 2007

 
Medusa, l’unica mortale delle tre Gorgoni (creature descritte dagli antichi come mostri con serpi sibilanti sul capo, mani di bronzo, ali d’oro e sguardi terrificanti così potenti da trasformare in pietra chiunque le guardasse); bellissima, dotata d’una stupenda chioma, fu sedotta da Poseidone in un tempio di Pallade, allora la dea, per punirla, mutò i suoi capelli in un groviglio di serpenti, e diede ai suoi occhi un orrido sguardo capace di pietrificare chiunque la mirasse. Fu, poi, uccisa da Perseo, per mezzo di uno specchio fatato, donatogli dalla dea, che lo rendeva invisibile. Dal sangue sgorgato dal suo capo mozzato nacquero il cavallo alato Pegaso ed il gigante Crisaore e, secondo una leggenda, la testa recisa di Medusa pietrificò il suo stesso sangue, originando il corallo. La testa, venne, poi, donata a Pallade per la propria egida.
(Ovidio, Metamorfosi, IV).

Come non ricordare la drammatica rappresentazione di Caravaggio che, sempre interessato ad esprimere l’attimo, raffigurò la testa di Medusa ripresa frontalmente, come fosse una maschera classica, còlta subito prima della morte, prima che orrore e dolore si dileguino, esaltando il pathos della

espressione con il moto ondulatorio delle serpi di contro alla fissità degli occhi che guardano in un punto esatto? Fu colpito a tal punto da tale rappresentazione caravaggesca il poeta napoletano Gian Battista Marino che, così, liricamente la immortalò in un suo madrigale:

La testa di Medusa in una rotella di Michelagnolo da Caravaggio nella Galeria del Gran Duca di Toscana

Or quai nemici fian che freddi marmi
Non divengan repente
In mirando, Signor, nel vostro scudo
Quel fier Gorgone e crudo,
Cui fanno orribilmente
Volumi viperini
Squallida pompa e spaventosa ai crini?
Ma che? poco fra l'armi
A voi fia d'uopo il formidabil mostro:
Ché la vera Medusa è il valor vostro.

Ed è proprio la creatura mitologica a dare il nome alla nuova pubblicazione di Letizia Lanza, nota antichista e studiosa del femminile, con all’attivo già numerose pubblicazioni inerenti tali argomenti, Medusa. Tentazioni e derive (Studio editoriale Gordini, 2007), un dotto saggio, corredato anche di un ricco apparato di note di commento, articolato in due filoni, “Morte d’amore” e “Percorsi preliminari” in cui, sempre in armonia con i suoi antichi interessi, in approfondimento dei riflessi del passato sul contemporaneo, in lucida analisi, effettua un’accurata disamina di taluni fondamentali aspetti, tra luci ed ombre, fra ansie di vivere e pietrificazioni del difficile vivere, dell’universo di cinque figure femminile (“Donne di materia, donne di morte. E d’amore”), quattro “eroine” dei nostri tempi ed un personaggio mitologico, nell’ordine: Sylvia Plath, Medusa, Camille Claudel, Marosia Castaldi, Maria Zambrano.
Notevole, come gli altri, del resto, ma particolarmente (perché particolarmente caro è al cuore di chi scrive), il lungo saggio iniziale, “Arcane insidie”, dedicato alla poetessa americana Sylvia Plath, tragico personaggio, pietrificante/pietrificata dalla vita, lacerata dal dissidio fra il voler essere per sé e l’adeguamento alla percezione altrui di sé, continuamente altalenante fra l’irrisolto conflitto con le figure primarie della madre (“lei/l’Altra/la Mamma-Mummia: una Trinità di perversione e di orrore. Ossia, a dire, di feroce, infernale femminilità. Che cosa di più consono allora, per esorcizzare tanto malvage (dannose) presenze, che assimilare la miasmatica figura materna all’ibridume gorgonico?”, L. Lanza, Medusa) e del padre, poi del marito, in attrazione morbosa verso la morte, in intima disperata confessione nei suoi scritti, tanto che, nel 1966, nella prefazione al volume Ariel, così Robert Lowell ebbe a scrivere:
“Tutto in queste poesie è personale, una confessione profondamente sentita, ma in lei il modo di sentire è una controllata allucinazione, l’autobiografia di una febbre“.
Ma l’approfondimento dei chiaroscuri continua nel saggio dedicato proprio alle varie presenze/interpretazioni/mutazioni di “Medusa” (… tra le (rac)capricciose figure femminili che infestano l’immaginario degli antichi Greci (e Romani), di particolare spicco… L. Lanza, Medusa), in un denso excursus storico-artistico-letterario, in ricerca di “Gorgoniche visioni” (così recita il titolo del secondo argomento); e poi nell’infelice vicenda, narrata in “Voci dal delirio”, della scultrice Camille Claudel, la nota compagna di Rodin, sua innamorata-amante-collaboratrice, che trascorse gli ultimi trent’anni della vita in internamento, senza mai più disegnare o modellare. E ancora Letizia Lanza, in “Abitare la morte”, si appassiona ad una nota scrittrice ed artista dei nostri tempi, Marosia Castaldi, che, nel romanzo Dava fine alla tremenda notte (“Un libro immaginoso e spiazzante, quello di Marosia Castaldi. E sopra tutto, si è detto, continuamente arricchito di auliche memorie classiche”. L. Lanza, Medusa), affollato di straordinarie figure femminili, immagina che il pittore fiammingo Hans Memling, novello Odisseo, tutto abbandoni, casa, famiglia, agi, per intraprendere un lungo peregrinare che lo condurrà verso l’estremo buio. Infine abbiamo il capitolo “La vita altra”, dedicato alla pensatrice spagnola Maria Zambrano, autrice del testo filosofico-poetico-teatrale del 1967 "La tomba di Antigone", rilettura e riscrittura del personaggio sofocleo, Antigone, sprofondata nel buio e nel silenzio d’una caverna.
Luci ed ombre, bui e silenzi, solitudini e pietrificazioni: è questo il senso del libro di Letizia Lanza, indagare sulla materialità e sulla vacuità, sulle ombre e sulle luci, sul femminile e sulla percezione altrui del femminile, “dai mostri delle antiche civiltà alle grandi protagoniste di oggi”.
Questa nuova scrittura, come tutte le scritture di Letizia Lanza, voce intonata, in un coro di voci, talvolta disarmonico, pure di donna, che tanto sbandierano l’interesse per il femminile, ancora spigolando tra le pieghe d’un passato che si riflette nel presente, s’impone in spessore e profondità per la lucidità dell’analisi, l’attento studio critico e la ricchezza interpretativa, offrendo ripetuti spunti di fruttuose riflessioni sui riverberi dell’antico nel moderno.

Francesca Santucci, febbraio 2008