QUANDO
LA PENNA GERMINA POESIA...
di Letizia Lanza
Esce,
sicuramente desiderata, una nuova silloge poetica di Francesca
Santucci, Rosa e croce (Carta e Penna Editore, Torino 2006)
– la terza, dopo La vana attesa (2000) e L’ultimo
viaggio (2002) – non per caso dedicata alla madre, amatissima
e di recente scomparsa. Una raccolta assai tormentata («Mai
travaglio fu più doloroso!», confessa Francesca
in una lettera privata) – tale, dunque, da confermare
in pieno il fatidico pathei mathos eschileo. Nulla infatti,
superfluo dirlo, insegna, dona, arricchisce, porta a compiutezza
tanto quanto il soffrire. E lo dimostra ogni riga, ogni verso
di Rosa e croce – segno di elevata ispirazione già
nel titolo.
Molti senza dubbio i brani che meritano menzione; tra tanti,
oltre alla lirica eponima (di una intensità che, oserei
dire, «spaura»), colpisce sopra tutto, in un rincorrersi
di enjembement, Sciolte ha le vele: «Sciolte ha le vele
e fiero / per altri lidi già naviga / Ulisse, e in suo
favore / ha i venti intanto che Penelope / paziente attende
/ che gli dei propizi / a lei rivolgano il pietoso / sguardo
ed intatto riconsegnino / l’infedele sposo. E sono notti
/ cupe e senza pleniluni / e copiosa sul mare / la pioggia piange,
/ né upupa nell’ombra / langue e geme, / solo frastuona
/ in livido silenzio / l’oppresso cuore / della fedele
sposa» (p. 32).
Qui non solamente (come del resto altrove) ogni parola, ogni
virgola è calibrata con il cuore e con l'arte, bensì
(forse più che altrove) i contesti sono evocati con tratteggi
netti, senza concessione veruna a romanticherie calligrafiche
grazie al millimetrico controllo espressivo dell’autrice.
La ragione, credo, sta a monte: e precisamente nella formazione
classica di Santucci, cui è debitore un altro interessante
volumetto – Messaggi dall’antichità. Saggio
sul passato e sul concetto di antichità (Kimerik Edizioni,
2005). Tra le sue pagine, assicura il prefatore Giuseppe Risica,
«aleggiano, in eguale misura, l'armonia della poesia,
la seduzione del mito, la meticolosità del documentario,
la fluidità della narrativa, l'approfondimento psicologico
della filosofia, la ricerca dell'oltre della religione. Un testo
chiaro – continua Risica – ricco di citazioni e
note esplicative, nel rispetto di quel patrimonio di tradizioni
che non bisogna disperdere, facendone un sicuro punto di partenza
da cui volgere, con fiducia ed entusiasmo, lo sguardo verso
il futuro» (p. 11).
A promessa (poi mantenuta) di cotanto, vale la Nota introduttiva
della stessa autrice, che cito integralmente: «Simile
ad un mosaico è il presente, ed ogni sua tessera è
un frammento di passato nel quale sovente andiamo a spigolare,
certi di ritrovare insegnamenti sempre validi, perché
gli antichi sono i nostri padri, che continuano a tramandare
lezioni indimenticabili, di civiltà, di tradizione, di
progresso, ad inviare chiari messaggi di incommensurabile valore
che pure, talvolta, tardiamo a comprendere, basti pensare al
messaggio per eccellenza, quello di tolleranza, comprensione,
amore, pace, che, a dispetto dei secoli, riverbera d'illuminante
luce: la parola di Gesù. Dunque il passato non è
mai morto; fiaccola sempre accesa ad illuminare il cammino dei
secoli, palpitante di vita rifluisce, preservandosi miracolosamente
anche là dove non è immediatamente visibile; conoscerlo
(tra storia e leggenda, riti e miti) significa, dunque, penetrare
più a fondo nelle nostre radici, per essere maggiormente
consapevoli del presente e porre le basi per un futuro migliore.
Il passato, in fondo, non è altro che l'alba dei giorni
futuri» (p. 5).
Cotali, di bene augurante fede, le parole di Santucci.
E, in Rosa e croce, sembrano inverarsi al meglio: sia nel già
citato Sciolte ha le vele sia, in larga misura, in Notte di
San Lorenzo (che rinverdisce Saffo e, scopertamente, il poeta
di San Mauro): «Non sono sola stanotte, / siamo in tre,
/ il ricordo di te, la mia solitudine / ed io, a spiare / la
scia delle Perseidi / che il firmamento / accende. / No, non
sono le lacrime del Santo / che piange / sopra la sua sventura,
/ non sono le scintille che sfavillano / e crepitano / intorno
alla sua brace, sono polvere / di stelle (le stelle degli inganni):
/ quei desideri non s'avverano, / mai!» (p. 38).
Una prova di livello, allora, anche il nuovo gesto santucciano.
E lo conferma con sincero entusiasmo la Prefazione, lunga e
articolata, di Antonia Chimenti – francesista, già
docente a Reggio Emilia, quindi, nel 1998, emigrata in Canada,
poeta altresì attiva nella ricerca storica e letteraria:
«La poesia di Francesca Santucci, così melodiosa,
sempre, di una melodia che trae origine dai sentimenti forti
e profondi che l'ispirano, si modula sul respiro, ma, al tempo
stesso, soprattutto nella raccolta dal titolo "Rosa e croce",
segue il percorso ondivago della memoria, delle manifestazioni
del pensiero, che non rispettano l'ordine imposto dalla logica
e dalla razionalità, ma si protendono ad ascoltare la
voce segreta dell'inconscio ed anche le varie voci delle associazioni
e delle analogie, che la fantasia creatrice suggerisce. Il dettato
lirico ne risulta vivo, pulsante e multistratificato»
(p. 7).
Una valutazione di certo condivisibile, specie là dove
alluma le componenti emotivo-emozionali della scrittrice, affocando
anzi tutto l'amore. Al quale «ancora una volta, come nella
raccolta precedente, Francesca Santucci dedica numerosi componimenti,
dove, in un crescendo drammatico, si assiste, come nella comune
umana vicenda, alla nascita di un affetto, all'evocazione di
sensazioni di dolcezza, che il sogno d'amore ispira, unitamente
all'origine di una bramosia di identificazione (che è
già prefigurazione di morte), e al distacco, nell'intensissima
"Cupio dissolvi"». Preso da calda sympatheia,
«il lettore sensibile trattiene il respiro, stregato dalla
straordinaria alchimia verbale e fonetica dispiegata in questa
poesia, dove lo stile, di un'evidenza estremamente sensuale,
fa vivere l'erotismo al femminile, in un processo di identificazione
con l'altro, di annullamento e di estraneamento da sé.
L'ambivalenza dell'amore ne fa risaltare la tragicità.
La fusione fisica perfetta, ma univoca, non include il pensiero
e le emozioni: … Io che ti baleno / pensiero, tu che disegni
/ archi coi pensieri / e nello sguardo ti perdi, / lì,
all'orizzonte, / in cerca di me, ed ignori / che io sono dentro
di te» (p. 12).
Altri lidi, evidentemente, sarebbero da esplorare nel mondo
poetico santucciano. E tuttavia già quanto si annota
può rendere giustizia a una parola (più volte,
del resto, rimeritata con premi e riconoscimenti vari), che
giunge ora a turgida maturità. Ed è auspicante
prodromo di ulteriori, invidiabili mete.
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