SUPERCOPPA IN ARABIA SAUDITA, CHE SIA L'ULTIMA VOLTA DEI DIRITTI CALPESTATI

Non una partita come le altre, ma l’ennesimo schiaffo dello Sport a quei valori di cui ci si riempie così spesso la bocca, quando magari servono soldi pubblici


Due donne e un bambino nel 'box families' durante la Supercoppa giocata il 16 gennaio

di Luisa Rizzitelli
Lo spettacolo sportivo della Supercoppa il 16 gennaio ha avuto la sua vincitrice, il suo eroe, i suoi sponsor e il suo pubblico. Apparentemente una partita come le altre, con 10 mila donne nello stadio gremito, di cui alcune persino (eh sì, persino...) non «velate» e mi sia concessa l’imprecisione. Sarà senz’altro anche stato prontamente onorato il compenso di tre milioni e mezzo per ogni club finalista e la parte dovuta dei 21 milioni promessi per giocare tre delle cinque Supercoppa dei prossimi anni in Arabia Saudita. Una partita come le altre. No, invece. Non lo era affatto e spero che non lo sia stato per nessuno di voi, indipendentemente dal fatto che l’abbiate seguita o no. La partita è stata l’ennesimo schiaffo dello Sport a quelli che si definiscono «principi irrinunciabili», a quei valori sportivi di cui ci si riempie così spesso la bocca, quando magari servono soldi pubblici.
Non era la prima volta che la Lega Calcio Serie A ci regalava le sue discutibili scelte: la Supercoppa è stata giocata nella Libia di Gheddafi e in Qatar. Già da tempo i soldi non avevano odore. Tutto uguale, quindi? Tutto inevitabile, incluse le prossime partite in Arabia Saudita? Io, da osservatrice e attivista credo proprio di no. Il sussulto di indignazione non è stato solo quello delle associazioni a tutela dei diritti umani (Amnesty International), di alcune associazioni femministe (Ong Differenza Donna) e di Assist Associazione Atlete (che a differenza della AIC Assocalciatori, ha strenuamente sostenuto che la partita non andava giocata e neanche trasmessa in Rai). L’atteggiamento ostile a questa scelta si è avvertito in piani alti della politica, della stampa sportiva e anche di alcune aziende che tengono alla loro «brand reputation». A differenza delle arrampicate sugli specchi abbastanza prevedibili dei sostenitori del «si deve giocare proprio per i diritti delle donne», in molti hanno compreso che il tema dei diritti umani non può più essere ignorato, senza riceverne un danno pericoloso. Di immagine e di credibilità.

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